venerdì 29 marzo 2013




E' meglio un passato di verdure
che un futuro di merda
(a tutti quelli che continuano a dirmi di mangiare carne,
a tutti quelli che pensano che il destino non si cambia)


ECCO PERCHE' DAL SILENZIO SI SCAPPA
Ora conteremo fino a dodici 
e tutti resteremo fermi. 
Una volta tanto sulla faccia della terra, 
non parliamo in nessuna lingua; 
fermiamoci un istante, 
e non gesticoliamo tanto. 

Che strano momento sarebbe 
senza trambusto, senza motori; 
tutti ci troveremmo assieme 
in un improvvisa stravaganza. 

Nel mare freddo il pescatore 
non attenterebbe alle balene 
e l'uomo che raccoglie il sale 
non guarderebbe le sue mani offese. 

Coloro che preparano nuove guerre, 
guerre coi gas, guerre col fuoco, 
vittorie senza sopravvissuti, 
indosserebbero vesti pulite 
per camminare coi loro fratelli 
nell'ombra, senza far nulla. 

Ciò che desidero non va confuso 
con una totale inattività. 
È della vita che si tratta.... 

Se non fossimo così votati 
a tenere la nostra vita in moto 
e per una volta tanto non facessimo nulla, 
forse un immenso silenzio interromperebbe la tristezza 
di non riuscire mai a capirci 
e di minacciarci con la morte. 

Forse la terra ci può insegnare, 
come quando tutto d'inverno sembra morto 
e dopo si dimostra vivo. 

Ora conterò fino a dodici 
e voi starete zitti e io andrò via.
Restare in silenzio (Pablo Neruda)


Correre, urlare, consumare, buttare, .. e rumore, sempre rumore. Il silenzio è oggi il grande assente. Sconosciuto, imbarazzante, scomodo, assordante, meglio evitarlo.
Ma come può, senza silenzio, nascere la parola? Come dirla? Come ascoltarla? E se è carica di verità, portatrice di sentimenti, emozioni, vita? Troppo rischiosa, meglio seppellirla sotto al rumore.
E poi, il silenzio farebbe esplodere altri linguaggi: il linguaggio dello sguardo, il linguaggio delle mani, il linguaggio degli odori ... troppo pericoloso, il silenzio ci renderebbe umani. Ci spoglierebbe.
E restare nudi di fronte a qualcuno fa paura. Paralizza.

Ecco perché dal silenzio si scappa. Non perché ci annoia, non perché amiamo il suono, nemmeno perché abbiamo tante cose da dire.
Il silenzio è un antidoto per la confusione, ma a noi troppa calma non piace; è un linguaggio da custodire, ma per noi è diventato più semplice usare e gettare; è una forma di resistenza, ma è più semplice cedere alla chiacchiera e lasciare che la parola diventi rumore.

Scrivimi, te l'ho detto tante volte,
scrivimi una lettera lunghissima
che parli solamente di silenzio. Alda Merini

sabato 23 febbraio 2013



ConsapevolMente
PERCORSI DI CRESCITA

Tutte le cose vicine o lontane segretamente sono legate le une alle altre
e non si può cogliere un fiore senza disturbare una stella.
Così avviene nella vita.
Così avviene dentro di noi”.




Corsi individuali (o per piccolissimi gruppi di persone) che consentono di costruire e programmare insieme un percorso di crescita individuale mirato, sulla base delle esigenze di ciascuno, in vista di un miglior equilibrio psicofisico.

Gli incontri integrano lo Yoga (scuola Ratna e scuola Vinyasa) alla Medicina Tradizionale Cinese e al Counseling, e in base alle necessità di ogni singola persona possono prevedere attività più orientate alla pratica e al movimento, o incontri di ascolto, dialogo e confronto per la risoluzione di difficoltà specifiche legate alla sfera emozionale o alla gestione di situazioni e vissuti intensi o sofferti della propria vita.

senza pretendere che questi incontri possano sostituire altri percorsi che avete eventualmente già intrapreso (con medici, psicologi, terapeuti), possono rappresentare un sostegno molto valido per la risoluzione di problematiche di varia natura, tenendo conto di un approccio olistico e integrato che considera la persona nel suo insieme, con la propria storia, e non soltanto come un corpo da far funzionare, un organo da guarire, una mente da riordinare.

ciascuno di noi è unico!

questi spazi di crescita interiore sono pensati per chi:
- per problemi di orario non riesce ad inserirsi nei gruppi serali
- ha esigenze di maggiore personalizzazione e attenzione individuale
- desidera una pratica mirata alle proprie esigenze fisiche, posturali, respiratorie
- desidera maggiore flessibilità in termini di orari e contenuti, da potersi ridefinire di volta in volta

se siete interessati, contattatemi per saperne di più.

SE LA TECNOLOGIA OLTREPASSA L'UMANITA'

"I mezzi con cui viviamo hanno superato gli scopi per i quali viviamo.
Il nostro potere scientifico ha sorpassato il nostro potere spirituale.
Abbiamo guidato i missili, ma messo fuori strada gli uomini." (Martin Luther King)



Non accuso il progresso scientifico, e come tutti godo dei benefici che porta con sè.
Ma diffido della scienza e della tecnologia quando si impongono intervenendo con superiorità sulla natura umana, senza interrogarsi sugli effetti, ed etichettando con un "migliora la qualità della vita" tutto ciò che fa risparmiare tempo e fatica, e potenziare le prestazioni.

Fidarsi della scienza perché renderà la vita migliore. Ma anche no.

Certo, la tecnologia è capace di cose che l'uomo non riesce nemmeno ad immaginare, figuriamoci a fare.
E si parla continuamente di nuovi e meravigliosi ritrovati scientifici .. come quegli infinitesimi organuli che verrebbero iniettati nel sangue per "correre tre ore senza dover respirare", ma certo... "solo per il benessere dell'umanità".

Occhei, ma chi stabilisce cosa sia il benessere dell'umanità, e con quali parametri?
Correre tre ore senza dover respirare è sinonimo di benessere?
Quali vantaggi porterebbe alla qualità della nostra vita?
Uomini che corrono senza respirare.. e poi? Uomini che vedono il futuro, ma senza vivere mai il presente.
Che parlano, ma senza pensare e ascoltare.
Che non possono e non vogliono più fermarsi, nemmeno il tempo di un abbraccio, di una risata, di un orgasmo.

Perchè rallentare è debolezza. Perchè il tempo è prezioso e non va perduto.
Stop, Forrest, stop!
Per non dimenticare che corpo, psiche e spirito sono una cosa sola, e hanno lo stesso potere, e meritano la stessa attenzione. E che tutto il sentimento che c'è, nella vita di ciascuno di noi, non può essere adeguato a uno standard, nè annebbiato con una manciata di microorganuli che sì, ci faranno anche correre senza respirare, ma a pensarci bene.. chissenefrega.

Il Piccolo Principe incontrò un mercante di pillole che calmavano la sete.
"Perché vendi questa roba?" chiese il Piccolo Principe
"E' una grossa economia di tempo" disse il mercante "gli esperti hanno fatto dei calcoli.
Si risparmiano 53 minuti alla settimana."
"E che cosa se ne fa di questi 53 minuti?" chiese perplesso il Piccolo Principe
"Se ne fa quel che si vuole.." rispose sicuro il mercante
"Io" disse il Piccolo Principe "se avessi 53 minuti da spendere,
camminerei adagio,adagio verso la fontana.." (St. Exupery)

venerdì 1 febbraio 2013


NON HO TEMPO DI LAVORARE 


Fare come Essere – Per essere qualcosa o qualcuno è necessario essere individuabile da qualcosa o qualcuno. Poter essere riconosciuto come individuo, quindi. Individuo inteso come realtà che non si può dividere, che non può essere divisa senza perdere la sua essenza, la sua effige, il suo carattere. Una particella indivisibile.
Come tale, questo individuo deve mostrare un minimo grado di autonomia, deve poter definire in qualche modo se stesso e le proprie circostanze. In breve, essere un individuo è una sporca questione di senso. Di far senso, anche. Persino di dover far senso. Faccenda assai complicata oggi, dico io. In questa sciocca post-post-modernità che è talmente post da divenire pre. La questione di cosa essere e di come essere è la vera questione per l’Uomo. Qui ed ora.
Non fosse altro che negli ormai scomodi vagoni della Grande Locomotiva Occidentale l’identità individuale è cosa che sempre meno riguarda l’individuo. E’ come se piovesse dal cielo. Qualcuno la lascia cadere e tu prendi quella che ti tocca. Piovono pietre, ma pazienza. Sempre meglio che essere niente.

Bene, una di queste pietre identitarie –diciamo così - è oggi il lavoro. Nuovo (ma nemmeno tanto) Idolo, Totem dell’uomo moderno. Pervasivo, invasivo, persuasivo. Dovunque, comunque lavoro. Glorificato, denigrato, agognato. Lavoro. Unità di misura delle umane cose. Per campare devi lavorare, altro non si dà. Da secoli questo assunto viene ripetuto, fino a trasformarsi quasi in legge della natura. In legge della coscienza, in condizione a priori. Che si provi ad immaginare la propria vita senza lavoro. Impossibile. Sarebbe come immaginare uno spazio infinito, un tempo eterno, un lavoro fisso. Tanto è vero che si parla persino di un diritto al lavoro, quasi coincidesse con un più generale diritto alla vita. O, meglio, alla sopravvivenza. Paradosso? Mica tanto, se per la così detta società c’è una totale identità tra la funzione produttiva alla quale il singolo assolve e la propria identità, il proprio essere così e non altrimenti.

Il principio di individuazione sembra ormai essere: tu sei quello che fai. La condizione e insieme la causa di questo processo è da ricercarsi nella struttura economica, politica e sociale del nostro tempo e del nostro spazio. Non è sempre stato così e non lo sarà sempre – ammesso che un sempre ci sarà ancora.
L’esistenza umana trasformata in produttività umana è parto malriuscito di quell’inspiegabile idea secondo la quale si ha diritto alla vita solo se si contribuisce con la propria fatica a far girare gli ingranaggi di una macchina abnorme, eterodiretta e votata all’accumulo di qualunque cosa esista.
Ovverosia esisti se contribuisci al funzionamento di qualcosa che è talmente grande, talmente complesso e talmente forte da nascondersi alla comprensione dei più. Grandi segreti di un sistema, quello capitalista del nuovo millennio, che non sa morire perché non vuole. Ma l’agonia genera mostri, l’abbiamo imparato. Il suicidato dal lavoro è l’ultimo orribile capolavoro di questa agonia che chiamano crisi sistemica per non spaventarci troppo. Questo accade quando perdere il lavoro significa perdere la propria identità.

Tempo per essere, Tempo per fare – l’esistenza non si misura con il Tempo. L’esistenza è Tempo. Costituita da porzioni di Tempo e sottomessa alle regole del Tempo: per vivere ci vuole Tempo. Per essere, soprattutto, ci vuole Tempo.
Dicevamo che l’individuo deve formarsi da sé, deve poter definire se stesso e, per ciò, possedere un certo grado di autonomia. Diversamente, si ha bisogno di qualcosa che ti dia forma, che ti informi.
Ma in tal caso salta il concetto di individuo e subentra quello di protesi, copia, surrogato di un individualità altra. Per essere individuo, dicevamo, c’è bisogno di tempo.
Tempo per ragionare, desiderare, riflettere, sbagliare, scegliere, rinunciare, amare, odiare. Per autodeterminarsi, per essere se stessi. Sappiamo però che il Tempo individuale è un tempo finito, limitato, che si esaurisce. E sappiamo anche che l’unica cosa che l’uomo può fare con il Tempo è quello di sceglierne l’utilizzo. Entro i limiti del possibile, naturalmente. Ognuno può fare da sé un breve calcolo e scoprire quanto tempo l’uomo di oggi dedichi al lavoro. E, per sostenere la tesi che qui si prova ad accennare, basta davvero questo semplice calcolo.

Se la quasi totalità degli attimi a disposizione di un uomo vengono occupati (spesso abusivamente) da un’occupazione lavorativa, ecco che di tempo per il resto non c’è n’è. Il resto è naturalmente tutto il resto: la costruzione della propria individualità. Se lavori pensi al lavoro, there is no alternative. Chiedetevi ora perché il Tempo non occupato dal lavoro si chiami tempo libero e non, che so, tempo divertente. La risposta è contenuta nella domanda. La definizione di libero prevede un termine di paragone implicito per essere sensata. E il secondo termine è qui quello di costretto. Se ne inferisce che l’altra specie di Tempo, quello lavorativo, sia un Tempo costretto, non libero. E dunque impersonale, divisibile, non-individuale. C’è della coerenza in tutto questo: noi non scegliamo di lavorare, noi dobbiamo lavorare. L’idea che lavorare sia un libero atto della volontà è un’illusione. Il lavoro-dovere si è trasformato nella coscienza in lavoro-volere sino ad apparire come una legge immutabile del mondo, un’idea inconscia radicatasi in noi dopo secoli e secoli di abitudine. Di nuovo: se non hai tempo per diventare te stesso, sarai individuato per ciò che farai. Cioè per ciò che non sarai. Perché il lavoro, comprando Tempo, compra l’esistenza

Lo scopo: il grande assente – Niente ha uno scopo in se stesso. Nemmeno il lavoro. E’ l’essere umano in quanto essere teleologico che per vivere ha bisogno di cercare e trovare uno scopo, una finalità in tutto ciò lo riguarda. E, a dire il vero, l’uomo è sempre riuscito a trovare uno scopo. Spesso distorto, ingannevole, vano. Ma l’uomo, per sua fortuna, non è Dio. Può sbagliare. Epperò sembra che oggi questo animale giustificatore faccia una fatica del diavolo a trovare uno scopo al lavoro così come oggi è concepito e organizzato. Sono andati i bei tempi in cui lavorare voleva dire poter toccare con mano la propria sopravvivenza.
Ancora più lontano è il tempo in cui lavorare significava poter esprimere la propria personalità, il proprio talento, la propria vocazione. Il “lavoro come opera” è morto. Certo, oggi il lavoro è ancora legato alla sopravvivenza, d’accordo. Ma alla sopravvivenza di chi? Alla sopravvivenza di cosa? E’ del tutto evidente che oggi l’uomo non lavora più per la propria esistenza, intesa come esistenza individuale. Oggi il lavoratore sgobba per la propria esistenza commerciale, consumistica, edonistica.

Si lavora per poter consumare, per poter soddisfare dei bisogni che sono per la maggior parte indotti. Si lavora per restare un ingranaggio efficiente tra altri infiniti ingranaggi senza i quali, dicono, l’essere umano perirebbe. Si lavora per nutrire quel Grande Individuo impersonale che chiamiamo società. Si lavora per tutti e per nessuno. In summa: si lavora per consumare, per poi lavorare di nuovo. Lavorare per lavorare. Il lavoro smette così di essere un mezzo – uno strumento - volto al raggiungimento di un qualche scopo per divenire scopo esso stesso. Scopo a se stesso.

Stando così le cose, risulta impossibile rispondere alla fatale domanda “a che scopo?”. L’uomo moderno ha creato le condizioni tali per cui è avvenuto nel concetto di lavoro un avvitamento di scopi, tanto che oggi non se ne trova nessuno. Che senso ha, ad esempio, chiedere le “ferie”, ovvero elemosinare uno sputo del mio tempo a qualcuno che misteriosamente è riuscito a comprarlo? Dov’è lo scopo in tutto ciò? 

Infine, ma non alla fine - Tutto questo per dire che l’uomo deve riformare il concetto di lavoro per giungere ad una esistenza riformata. Prima però deve tornare ad essere un individuum intero e liberarsi dalla sua attuale condizione di organismo scisso - di dividuum – tra quello che deve essere e quello che vuole essere. Trovare un nuovo “a che scopo?”. Ecco di cosa ha bisogno oggi l’umanità. Non “liberare l’uomo dal lavoro” ma liberare il lavoro dall’uomo. Da questo uomo. 


Pubblicato da Alessio Buzzelli

martedì 22 gennaio 2013



Quando ero piccola, le scarpe non mi stavano mai bene.
Lucide vesciche rosa sui talloni. Non ricordo, le scarpe erano forse troppo strette, o  troppo larghe?
Con il cappello in mano i miei poveri genitori chiesero al dottore: ‘Sta bene?’
‘I piedi non sono a posto’, rispose il dottore, ‘sono molto imperfetti’.
Così, i miei spesero i loro pochi soldi per un paio di scarpe correttive per i miei piedi sbagliati.
Il dottore minacciò: “Mai più a piedi scalzi!”
Con quelle scarpe di piombo, mi picchiavo involontariamente l’interno delle caviglie quando correvo o camminavo, quelle scarpe mi facevano sbattere le ginocchia, ossa che scricchiolano contro le ossa, caviglie che sanguinano. Eppure, senza quelle scarpe, senza nessun tipo di scarpe, io e i cani potevamo correre come il vento.

Ogni bambino ha una vita segreta lontana dagli adulti.
Così, d’estate o nella neve, non importava, sgattaiolavo via in una delle verdi sale del trono della foresta, e là slacciavo i mille lacci delle scarpe di ferro, spalancavo con forza le linguette alte e rigide, mi divincolavo da quelle scarpe da duecento chili che con un calcio potevano ammazzare un mulo. E poi me ne stavo seduta, a canticchiare ad alta voce come una bambina la-la e ascoltare con i piedi nudi che tenevano il ritmo.
Costretta a rientrare in quelle scarpe anno dopo anno, cominciai a pensare di tagliarmi i piedi solo per vedere svenire il dottore, solo per rispecchiare la sua brutale visione di come dovrebbero essere dei piedi “perfetti”.
“Non camminerà mai dritta per il resto della sua vita”, disse.
“Male. Molto male”, disse.
Un giorno sentii una madre ricca dire alla sua bomboniera di figlia in una toilette pubblica che esistevano posti dove dovevi pagare per avere il bagno pulito invece di quello sporco: ‘Non lasciare allargare i piedi; tieni sempre le scarpe, anche quando dormi…’. ‘Non devi avere piedi normali’, ammoniva la madre.
E allora mi chiedevo… ‘Si, ma un piede normale è così, voglio dire, così normalmente bello?”
‘No! Non ha arcata’, disse il dottore…
‘Male. Molto male’, disse.
Quelle scarpe di ferro… che dovevano evitare che la mia arcata toccasse il suolo
‘… come un indiano con i piedi piatti’, aveva detto.
‘Ma la mia genealogia’, bisbigliai…! Io SONO un’indiana con i piedi piatti’, dissi.
E in seguito, una volta adulta, vedendo le mie antenate, e le loro piante dei piedi grandi e paffute, mi resi conto che i miei piedi erano fatti per camminare seminando i campi, per coprire miglia di fango nell’oscurità, per trarre nutrimento dalla terra, direttamente attraverso i piedi, e per incedere con sussiego e scivolare e volteggiare nel cerchio della danza.

Ma, ai tempi, nella cosiddetta “cultura civile delle foreste”, i piedi delle donne erano spesso destinati a diventare piccoli sacrifici umani, tenuti troppo piccoli, non liberati, ma in qualche modo cancellati. Incapaci di correre in salita, o in discesa, o… via. Risulta che… era proprio quello lo scopo… ma i miei piedi scapparono con me dentro comunque.
E oggi, niente più scarpe rinforzate  per farmi “camminare bene”. Tanto, con o senza loro, non ho mai camminato dritta, … anche oggi, quando cammino per strada, sbando, per il desiderio improvviso di vedere una cosa, o imporre un certo passo, o riprendere questa notte, o parlare con questa o quella creatura, virare verso un fiore che cresce attraverso un sasso, chinarsi per discutere con un bambino, l’impresa molto importante di inseguire i conigli ai fini del riconoscimento accademico, o soltanto fermarsi e dondolare sulle gambe davanti a un innamorato.
Le mie gambe e i miei piedi appartengono allo Spirito della Danza che controlla anche i miei fianchi… e le scarpe correttive non hanno corretto nulla di cui la mia Anima aveva bisogno. Tutte le più importanti andature pause e falcate rimangono “mobili”.

Ora penso che le scarpe potrebbero essere una delle mie forme d’arte principali. Finalmente spero sia giusto che spesso indossi i più inappropriati e talvolta irriverenti tipi di scarpe possibili.
Mi scusi, potrei avere quelle nere con le rose rosse sopra o quelle con i cinturini che si attorcigliano intorno alla caviglia, o quelle con quei vezzosi fiocchetti sul tallone, o i miei stivali da motociclista con la punta in acciaio o i miei mocassini di camoscio che mi lasciano sentire anche un semino sotto la suola?
Credo sia finalmente giunto il momento- e senza consultare alcun medico- di camminare anche scalza il più possibile per poter vedere e udire davvero...

'Bibliografia segreta', Clarissa Pinkola Estès



Quando il corpo urla il suo profondo squilibrio emotivo, la dolorosa difficoltà a integrare l'immagine di sè con le aspettative della società, la medicina risponde.
Ancora ignara del fatto che la persona si "aggiusta" per soffrire meno, trasformando la percezione della realtà e distorcendola perché appaia meno dolorosa, ancora cieca nei confronti di un corpo che si torce per sfuggire alle richieste esterne, per adeguarsi, per liberarsi da un modo di essere che non sente come proprio.
Risponde ingabbiando, intrappolando, correggendo, imponendo nuove forme piuttosto che aiutando la persona a ritrovare se stessa, a recuperare il suo autentico modo di essere, il proprio equilibrio, attraversando le sue sofferenze, ascoltando il proprio dolore.
E' più semplice impedire un movimento che modificarlo.
Imbrigliare piuttosto che imparare a incanalare.
E' più facile sopprimere e mettere a tacere, anzichè insegnare a tirar fuori da suoni strazianti meravigliose e autentiche melodie.



giovedì 13 dicembre 2012


"Pensava (...) Lo faceva nella luce di una felicità strana, che non aveva mai provato, e che pure le parve, aveva portato con sé per anni, aspettandola. Le sembrò impossibile essere riuscita a fare altro, in tutto quel tempo, che custodirla e nasconderla. Di cosa siamo capaci, pensò. Crescere, amare, fare figli, invecchiare - e tutto questo mentre anche siamo altrove, nel tempo lungo di una risposta non arrivata, o di un gesto non finito. Quanti sentieri, e a che passo differente li risaliamo, in quello che sembra un unico viaggio.

Non siamo personaggi, siamo storie (...) Ci fermiamo all'idea di essere un personaggio impegnato in chissà quale avventura, anche semplicissima, ma quel che dovremmo capire è che noi siamo tutta la storia, non solo quel personaggio. Siamo il bosco dove cammina, il cattivo che lo frega, il colore delle cose, i rumori. Riesce a capire?" A. Baricco



... Eh sì, io riesco a capire.
Che siamo fatti di attimi.
Di momenti, a volte appesi, irrisolti .. di aspettative che a volte durano una vita.
Quante cose abbiamo lasciato inconcluse?
Quante persone ci hanno, nostro malgrado, lasciato sospesi nei 'loro momenti'?
E noi intanto abbiamo saputo immaginare e dar forma ad altri scenari, intraprendere altri cammini, esplorando nuovi percorsi, ascoltando altra musica, vedendo altri colori.

Eppure un pezzo di noi è rimasto incastrato là, a galleggiare.
E allora ci accorgiamo che basta una parola, un profumo, un gesto, un suono, per tornare esattamente là.
I riferimenti dello spazio e del tempo si annullano improvvisamente, e non c'è preavviso, e non c'è logica che possa spiegarlo o aiutarci ad affrontarlo. Nessuno può prenderci per mano, e nel viaggiare siamo soli.
Ed è come se in quel frattempo non ci fosse stato nulla, nessuna scelta, nessuna gioia, nessun dolore. Nessuna vita.
Quanti frammenti di noi ci sono, seminati in giro, dove non pensiamo? Nel cuore degli altri, nelle vite degli altri, in spazi e tempi che non prendiamo in considerazione. Quanti pezzi di noi sono destinati a mettere le radici? Dove? Quanti continueranno a rotolare senza pace?