Quando ero piccola, le scarpe non mi stavano mai bene.
Lucide vesciche rosa sui talloni. Non ricordo, le scarpe erano forse troppo strette, o troppo larghe?
Con il cappello in mano i miei poveri genitori chiesero al dottore: ‘Sta bene?’
‘I piedi non sono a posto’, rispose il dottore, ‘sono molto imperfetti’.
Così, i miei spesero i loro pochi soldi per un paio di scarpe correttive per i miei piedi sbagliati.
Il dottore minacciò: “Mai più a piedi scalzi!”
Con quelle scarpe di piombo, mi picchiavo involontariamente l’interno delle caviglie quando correvo o camminavo, quelle scarpe mi facevano sbattere le ginocchia, ossa che scricchiolano contro le ossa, caviglie che sanguinano. Eppure, senza quelle scarpe, senza nessun tipo di scarpe, io e i cani potevamo correre come il vento.
Ogni bambino ha una vita segreta lontana dagli adulti.
Così, d’estate o nella neve, non importava, sgattaiolavo via in una delle verdi sale del trono della foresta, e là slacciavo i mille lacci delle scarpe di ferro, spalancavo con forza le linguette alte e rigide, mi divincolavo da quelle scarpe da duecento chili che con un calcio potevano ammazzare un mulo. E poi me ne stavo seduta, a canticchiare ad alta voce come una bambina la-la e ascoltare con i piedi nudi che tenevano il ritmo.
Costretta a rientrare in quelle scarpe anno dopo anno, cominciai a pensare di tagliarmi i piedi solo per vedere svenire il dottore, solo per rispecchiare la sua brutale visione di come dovrebbero essere dei piedi “perfetti”.
“Non camminerà mai dritta per il resto della sua vita”, disse.
“Male. Molto male”, disse.
Un giorno sentii una madre ricca dire alla sua bomboniera di figlia in una toilette pubblica che esistevano posti dove dovevi pagare per avere il bagno pulito invece di quello sporco: ‘Non lasciare allargare i piedi; tieni sempre le scarpe, anche quando dormi…’. ‘Non devi avere piedi normali’, ammoniva la madre.
E allora mi chiedevo… ‘Si, ma un piede normale è così, voglio dire, così normalmente bello?”
‘No! Non ha arcata’, disse il dottore…
‘Male. Molto male’, disse.
Quelle scarpe di ferro… che dovevano evitare che la mia arcata toccasse il suolo
‘… come un indiano con i piedi piatti’, aveva detto.
‘Ma la mia genealogia’, bisbigliai…! Io SONO un’indiana con i piedi piatti’, dissi.
E in seguito, una volta adulta, vedendo le mie antenate, e le loro piante dei piedi grandi e paffute, mi resi conto che i miei piedi erano fatti per camminare seminando i campi, per coprire miglia di fango nell’oscurità, per trarre nutrimento dalla terra, direttamente attraverso i piedi, e per incedere con sussiego e scivolare e volteggiare nel cerchio della danza.
Ma, ai tempi, nella cosiddetta “cultura civile delle foreste”, i piedi delle donne erano spesso destinati a diventare piccoli sacrifici umani, tenuti troppo piccoli, non liberati, ma in qualche modo cancellati. Incapaci di correre in salita, o in discesa, o… via. Risulta che… era proprio quello lo scopo… ma i miei piedi scapparono con me dentro comunque.
E oggi, niente più scarpe rinforzate per farmi “camminare bene”. Tanto, con o senza loro, non ho mai camminato dritta, … anche oggi, quando cammino per strada, sbando, per il desiderio improvviso di vedere una cosa, o imporre un certo passo, o riprendere questa notte, o parlare con questa o quella creatura, virare verso un fiore che cresce attraverso un sasso, chinarsi per discutere con un bambino, l’impresa molto importante di inseguire i conigli ai fini del riconoscimento accademico, o soltanto fermarsi e dondolare sulle gambe davanti a un innamorato.
Le mie gambe e i miei piedi appartengono allo Spirito della Danza che controlla anche i miei fianchi… e le scarpe correttive non hanno corretto nulla di cui la mia Anima aveva bisogno. Tutte le più importanti andature pause e falcate rimangono “mobili”.
Ora penso che le scarpe potrebbero essere una delle mie forme d’arte principali. Finalmente spero sia giusto che spesso indossi i più inappropriati e talvolta irriverenti tipi di scarpe possibili.
Mi scusi, potrei avere quelle nere con le rose rosse sopra o quelle con i cinturini che si attorcigliano intorno alla caviglia, o quelle con quei vezzosi fiocchetti sul tallone, o i miei stivali da motociclista con la punta in acciaio o i miei mocassini di camoscio che mi lasciano sentire anche un semino sotto la suola?
Credo sia finalmente giunto il momento- e senza consultare alcun medico- di camminare anche scalza il più possibile per poter vedere e udire davvero...
'Bibliografia segreta', Clarissa Pinkola Estès
Quando il corpo urla il suo profondo squilibrio emotivo, la dolorosa difficoltà a integrare l'immagine di sè con le aspettative della società, la medicina risponde.
Ancora ignara del fatto che la persona si "aggiusta" per soffrire meno, trasformando la percezione della realtà e distorcendola perché appaia meno dolorosa, ancora cieca nei confronti di un corpo che si torce per sfuggire alle richieste esterne, per adeguarsi, per liberarsi da un modo di essere che non sente come proprio.
Risponde ingabbiando, intrappolando, correggendo, imponendo nuove forme piuttosto che aiutando la persona a ritrovare se stessa, a recuperare il suo autentico modo di essere, il proprio equilibrio, attraversando le sue sofferenze, ascoltando il proprio dolore.
E' più semplice impedire un movimento che modificarlo.
Imbrigliare piuttosto che imparare a incanalare.
E' più facile sopprimere e mettere a tacere, anzichè insegnare a tirar fuori da suoni strazianti meravigliose e autentiche melodie.

Mi ricorda quando un ortopedico mi disse che per "curare" la scoliosi di una delle persone a me più care al mondo ci sarebbe voluto un busto..... Un busto? racchiuderla in una scatola obbligandola a movimenti controllati e limitati? E il mondo intorno? cosa si sarebbe persa, cosa non sarebbe più stata in grado di cogliere? No, assolutamente no non l'avrei mai permesso fu la mia risposta.... E allora cominciammo un lavoro differente, fatto di scoperte e di nuove opportunità.... Ed ora, dopo 5 anni, so di avere fatto la scelta giusta! ... Grazie cara amica per avermi fatto riflettere su quei momenti perchè come tu hai scritto: "è più facile sopprimere e mettere a tacere, anzichè insegnare a tirar fuori autentiche melodie"! Ti abbraccio
RispondiEliminaCalzo il 42. A volte 43. In Italia e' off limit. Mi ricordo che una volta sono entrata in un negozio di Roma e' ho chiesto se avevano un paio di scarpe del mio numero. La loro risposta e' stata: 'mazza che piede e che sei Cenerentola'. Ora mi vien da ridere quando ci ripenso perche' il miei piedi mi vanno bene come sono, anzi mi piacciono perche' sono diversi e so che sono grandi perche' sono le mie radici, la mia stabilita'. Clarissa Pinkola Estes e' delle poche scrittrici che parla le storie di tutte noi che non siamo una taglia zero, un piede zero e un cervello zero cioe' la maggiorparte. Grazie per aver condiviso una storia universale che parla di tutte noi.
RispondiElimina